Yoga Sutra
E’
il titolo di un testo molto antico, probabilmente scritto prima dell’era
volgare. “Sutra”, alla lettera, ha il significato
di “filo”, ma viene tradotto di solito con “aforisma”,
vale a dire breve frase densa di insegnamento e di significato. Potremmo
portare “Yoga Sutra”, in italiano, con “Discorsi
sullo Yoga”.Formato da quattro capitoli, in tutto 196 aforismi, il testo è breve e conciso e contiene tutti gli insegnamenti dello Yoga.
Scritto probabilmente da uno studioso di grammatica, Patanjali, forse vissuto nel 400 a. C. (secondo Vimala Thakar) il quale ha tramandato tutta la scienza della disciplina del tempo, cui ben poco è stato aggiunto in seguito.
Che cosa possiede di speciale questo testo? Non è un libro di filosofia, né di pratica, nel senso che intendiamo di solito, ma lo potremmo definire una mappa che descrive il percorso necessario a raggiungere il tesoro. Nel nostro caso il tesoro non è uno scrigno pieno di pietre preziose ma è l’acquisizione della corretta percezione della Realtà. Lo yoga, come tutti i darsana indiani, è infatti uno strumento per liberare l’uomo dalla sofferenza provocata da tutte le sovrastrutture accumulate in seguito ad una visione errata delle cose. Trasformando i nostri paradigmi sulla realtà si può ottenere la liberazione.
Nel primo capitolo, Samadhi Pada, formato da 51 sutra, Patanjali definisce lo yoga, descrive la condizione della mente ordinaria e gli stati più profondi di coscienza che si possono ottenere con lo yoga, nonché le modalità per raggiungere e mantenere la condizione di “stato di yoga” o samadhi.
-Nel secondo capitolo, Sadhana Pada, formato da 55 sutra, Patanjali entra in un campo più pratico ed espone quello che viene definito “kriya Yoga”, lo yoga pratico, preliminare, insomma come si comincia. Tre sono le direttive per il kriya yoga: la forza di volontà dettata dall’entusiasmo, l’osservazione accurata di sé, mediata dallo studio dei testi significativi, e l’atteggiamento di abbandono, quella forma di umiltà che permette al principiante di non dare tutto per scontato. Passa poi ad enunciare le grandi afflizioni della vita (teoria dei klesa) che generano sofferenza e le riunisce in cinque categorie, di cui la prima, “avidya”, l’ignoranza, cioè la percezione sbagliata che si ha della realtà, è madre di tutte le altre. Dettagliatamente spiega come si entra nella sofferenza esistenziale, prendendo in esame il karma, la natura della materia (prakrti) e dello spirito (purusha) ed enuncia otto tappe o fasi o parti (anga) del percorso yogico esaminandone solo cinque yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara.
-Nel terzo capitolo, formato da 56 sutra, prosegue la descrizione delle ultime tre parti, dharana, dhyana, samadhi, chiamate con un’unica parola “samyama” (ad un tempo tecnica e stato di meditazione) e ne esegue una profonda analisi; prosegue con l’enunciare le siddhi (i poteri) che si acquisiscono durante la pratica del samyama.
-Infine nel quarto capitolo, formato da 34 sutra, Patanjali chiarisce gli stati di coscienza profonda e il concetto di liberazione finale (kaivalya).
Possiamo concludere, parafrasando liberamente l’ultimo sutra, che quando il velo che copre gli occhi sulla Realtà è spazzato via, la conoscenza si dirige verso l'Infinito, l'Incondizionato. Solo allora si ottiene la liberazione e si ritrova la posizione spirituale originale, non condizionata: cioè pura coscienza. Questa breve ed incompleta sintesi dell’opera di Patanjali non può mostrare neanche in minima parte la grandezza degli Yoga Sutra ma può essere una piccola, semplice freccia che indica la direzione.